Anoressia-Bulimia-Obesità

I disturbi dell’alimentazione ci introducono in un’area molto sensibile del nostro sviluppo, l’area orale. Un ambito di esperienza che resta fondamentale per tutto il corso della vita, non solo in senso fisiologico ma anche psicologico.

L’alimentazione non solo soddisfa un bisogno primario di sopravivenza ma è un importante ambito di piacere e di gratificazione che ci accompagna anche nelle nostre relazioni famigliari, di amicizia, di amore. Non c’è relazione significativa che non avvenga anche intorno ad un tavolo. Il condividere questo momento rende più facile l’apertura, il dialogo e l’incontro. Intorno all’alimentazione viviamo le nostre più importanti relazioni e insieme al cibo prendiamo dentro di noi atmosfere e correnti affettive. L’alimentazione è profondamente intessuta nelle nostre relazioni.

Sul piano fisiologico, l’alimentazione, così come la respirazione, è un processo che ci mette in contatto col mondo. Il mondo esterno, come molecole di ossigeno nella respirazione, come cibo nell’alimentazione, entra in noi. Entra in noi e diventa parte di noi, diventa il nostro corpo stesso, i nostri tessuti ed organi. Se focalizziamo l’attenzione su questo processo, possiamo coglierne la sconcertante profondità.

Il cibo, non solo ci fornisce l’energia per far funzionare il nostro corpo, letteralmente diviene la nostra carne e il nostro sangue.  Inoltre, insieme ai vari nutrienti di cui è composto, prendiamo dentro di noi tutte quelle emozioni e quegli affetti che lo accompagnano. La nostra mente razionale coglie il valore nutritivo del cibo (vitamine…proteine…calorie…), la nostra mente intuitiva ne coglie il valore simbolico, e anche a questo livello, squisitamente emozionale, ci sentiamo nutriti.

Un cibo preparato con amore avrà un diverso valore simbolico di un cibo mangiato al bar. Ma anche quel cibo mangiato al bar, preparato da mani estranee, potrà acquistare un surplus simbolico se mangiato in compagnia.

Chi l’ha preparato, con chi lo mangiamo, divengono attributi simbolici del cibo stesso, cosicché aldilà delle sue oggettive qualità, esso può essere sentito come buono o cattivo, digeribile o indigeribile a seconda delle relazioni che abbiamo con le persone che l’hanno cucinato o con cui lo condividiamo.

Ad un’attenta osservazione, possiamo cogliere anche altri valori simbolici legati alla qualità animale o vegetale, al colore, alla forma.

Un cibo rosso come un pomodoro o una ciliegia ci rimanda al simbolismo del fuoco, al suo colore, alla sua magia. Il giallo e l’arancione ci fanno pensare al sole, alla sua luce calda che dà la vita e l’energia e così via… il verde, il bianco, il nero.

La carne, il primo cibo che l’anoressica rifiuta ci rimanda al sangue, rappresentazione stessa della libido, cioè di quell’energia che ci spinge  a vivere, a provare emozioni  e motivazioni.

I cibi come la frutta e la verdura, sono rappresentativi della vita  vegetale, una vita molto lontana da quella animale con le relative emozioni che la percorrono, a volte tanto scomode se non insopportabili.

I vegetali sono i preferiti dalle persone anoressiche che, a causa del rifiuto di qualsiasi altro cibo, ottenuto attraverso un onnipotente ferreo controllo, sembrano divenire proprio come piante, vive si ma senza sangue.  Esse credono di poter fare a meno del più naturale ed irrinunciabile atto vitale, quello di alimentarsi, pur di ottenere quella magrezza così tanto desiderata e idealizzata. Nei casi più gravi, queste persone continuano a vedersi grasse anche se sembrano scheletriche.

Tutto questo le pone al di sopra delle esigenze dei comuni mortali.

Tutto ciò che è espressione del mondo animale, dell’istinto, del corpo e delle sue esigenze viene respinto. Accanto all’alimentazione viene respinta la sessualità e la generatività.

Il primo segnale dell’anoressia, ancor prima del calo ponderale, è infatti l’amenorrea, cioè l’assenza di mestruazioni. Sono donne che si rifiutano di crescere, vogliono restare bambine, non possono confrontarsi con aspetti tanto animali quali le mestruazioni, la sessualità, la gravidanza, e tutti gli appetiti e le emozioni che queste comportano.

Dall’altro lato dello spettro abbiamo la bulimia. L’attacco di fame che caratterizza questo disturbo e che avviene in momenti di solitudine, di sera o di notte preferibilmente, porta queste persone ad ingurgitare un insieme caotico di cibi di cui non viene avvertito il sapore, per tentare di riempire un vuoto che viene descritto come incolmabile. A questa abbuffata segue il vomito per tentare di liberarsi del senso di colpa che tutta questa pratica comporta.

L’anoressia e la bulimia, in certi casi, si alternano nella stessa persona a periodi. Sembrano comportamenti opposti ma in realtà nascono da motivazioni simili.

Se l’anoressia è espressione del massimo controllo, la bulimia è l’espressione della totale perdita di controllo .E’ comprensibile che questi due opposti comportamenti possano verificarsi, a fasi alterne, nella stessa persona.

Infine l’obesità è il risultato di un regime alimentare eccessivo che, anche se meno bizzarro dei due precedenti rivela temi di fondo comuni.

L’esperienza della nutrizione è centrale nella nostra vita. Essa è la prima esperienza relazionale del bambino. Infatti non è solo latte che il bambino riceve ma anche nutrimento psichico.

Tale nutrimento psichico è fatto di contatto, calore, essere tenuto fra le braccia e quindi essere contenuto e sostenuto nelle proprie tensioni e angosce. E’ un’esperienza così soddisfacente, rassicurante e confortante che, dopo avere a lungo succhiato, il bambino è totalmente rilassato e può cadere nel sonno. E’ un’esperienza che coinvolge tutti i propri sensi e che, se è stata goduta, se c’è stato un soddisfacimento dei propri bisogni, garantisce fiducia in se stesso e nella madre e sta alla base della propria autostima.

In questi primi mesi si costruisce il nucleo del nostro sé. E’ là che impariamo che il nostro corpo ha un confine, che siamo autori delle nostre azioni, che abbiamo emozioni e stati affettivi, che il nostro corpo è amabile e fonte di piacere, che abbiamo memoria di quanto ci accade. E’ là che impariamo ad avere fiducia che il seno, che la madre, che il mondo esterno reso sensibile dalla nostra domanda, immancabilmente potrà soddisfare i nostri bisogni. Questa domanda può essere posta fiduciosamente, perché, per esperienza, sappiamo che verrà accolta e soddisfatta.

Tutto  questo costituisce la nostra fiducia di base, cui continuare a fare riferimento per il resto della vita, quando , inevitabilmente, gli ostacoli posti sul cammino della crescita potranno mettere a dura prova le nostre capacità di adattamento e la nostra voglia di vivere.

Tante altre esperienze, oltre alla nutrizione, saranno essenziali nella costruzione della nostra identità, ci saranno altre fasi e campi di esperienza particolarmente sensibili nel nostro sviluppo. Dai sei mesi in avanti non sarà  più sufficiente quel contatto fisico e quel contenimento che hanno riassunto in sé e soddisfatto gran parte dei bisogni. D’ora in poi diverrà importante il contatto psichico, il condividere stati mentali, e più avanti ancora sarà fondamentale poter esprimere i propri stati soggettivi attraverso il linguaggio.

In tutte queste precoci aree di sviluppo a volte ci sono intoppi e ferite che possono rendere la crescita più difficile e stentata, che possono  dare luogo ad una fragilità dell’identità tale da portare a possibili e probabili distorsioni patologiche  in vari aspetti della nostra personalità e delle nostre relazioni.

Dietro ad un disturbo dell’alimentazione vi stanno complesse problematiche che fanno riferimento a temi come: non mi piaccio, non mi sento adeguato, provo vergogna per come sono, non ho valore, non piaccio a nessuno, non mi sento amato, mi sento impotente, mi sento vuoto, mi sento abbandonato.

Mi sento vuoto significa non ho emozioni, interessi, progetti, pensieri che non siano ossessivi, desideri che non siano orientati al cibo, a che cosa mangiare, a che cosa evitare. Così questo vuoto si tenta, impropriamente, di riempirlo attraverso il cibo o di negare maniacalmente  il bisogno di alimentarsi attraverso un’astinenza più o meno massiccia, grave e prolungata nel tempo. Nel primo caso si perde il controllo, nel secondo caso si esercita un controllo ferreo. In ogni caso sono due facce della stessa medaglia, in cui il cibo è al centro dell’attenzione, sia che venga compulsivamente ingurgitato in quantità, sia che venga maniacalmente allontanato da sé.

In entrambi i casi, ciò che provoca questi bizzarri comportamenti è la ferita di quella parte nucleare che si costituisce nel rapporto madre-bambino nei primi mesi di vita, quando la nutrizione è un’esperienza centrale.

Una madre evitante o rifiutante non permette al bambino di costruire quella fiducia di base su cui creare la propria identità. Ma anche una madre soffocante, controllante e iperprotettiva  può rendere il bambino insicuro, troppo dipendente, poco esplorativo, compiacente.

L’insicurezza, la mancanza di fiducia, riguardano aspetti essenziali: il proprio corpo, il proprio agire, le proprie emozioni, l’affermazione di sé.

Nell’adolescenza, quanto di ferito e irrisolto era rimasto, anche se per lungo tempo sopito, riemerge puntualmente nel confronto con tutte quelle nuove sfide che seguono il superamento dell’infanzia: le trasformazioni del corpo, la sessualità, le nuove amicizie, i primi amori, in sintesi il confronto con l’indipendenza. Nel confronto con tutto questo i vecchi nodi vengono al pettine, portando crisi più o meno prolungate che, per alcuni, si manifestano attraverso i disturbi dell’alimentazione.

Di fronte ad un compito sentito come troppo difficile, rispetto alle proprie risorse, cioè quello di crescere e di divenire finalmente indipendenti, il disturbo del comportamento alimentare dichiara una regressione ad una fase di totale dipendenza in cui altri si occupavano dei nostri bisogni e della nostra vita. Quella fase in cui l’esperienza della nutrizione era pregnante e totalizzante.

Un percorso terapeutico dovrà incidere in questi ambiti per potere restituire alla persona sofferente il senso del proprio valore, l’intensità delle proprie emozioni, l’importanza dei propri pensieri, l’amabilità del proprio corpo e della propria persona, la capacità di desiderare e di amare, il piacere della propria autoaffermazione.


Dott.ssa Maria Gurioli
Psicologa e Psicoterapeuta

Ambiti di intervento
  • Problemi relativi alla sfera dell’ansia: fobia, attacco di panico, nevrosi ossessiva
  • Depressione
  • Disturbi dell’alimentazione
  • Problemi di relazione
  • Problemi dell’amore e della sessualità (dipendenza... gelosia... autostima... comunicazione...)
  • Problemi dell’identità sessuale
  • Problemi della coppia
  • Difficoltà legate alle varie fasi della vita
  • Problemi psicosomatici
  • Psicoterapia di orientamento psicodinamico
Dr.ssa Maria Gurioli

Psicologa e Psicoterapeuta a Bologna
Iscrizione Albo n. 409 del 14/11/1989
P.I. 01804291209

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