Dal linguaggio del sangue al romanzo: un caso di emicrania

Dal linguaggio del sangue al romanzo

J. soffre di tremende emicranie che esplodono abbastanza puntualmente in fase mestruale, ma anche in tante altre circostanze.
È una donna di cinquanta anni.  E’ sposata, ha una figlia  e relazioni abbastanza strette con un folto gruppo parentale. E’ una donna intelligente, colta, ha una propria professione.
Ha l’utero fibromatoso, sanguinante alla visita e le è stata consigliata isterectomia. Ha mestruazioni abbondanti e prova schifo per il sangue mestruale. Soffre inoltre di stitichezza.
Apparentemente non sono presenti problemi psichici e conflitti di rilievo. In realtà, dietro a questa rassicurante facciata ci sono antiche ferite e temi dolorosi che a poco a poco vengono fuori. Prima come ricordi privi di emozioni, poi come sogni che consentono via via l’accesso al mondo emotivo.
Nei sogni che si succedono copiosamente nel tempo, il tema del sangue è quello più presente. E’ un simbolo che le fa paura che evoca in lei riti arcaici di animali sgozzati: “e all’improvviso mi vengono in mente tutte le vittime della mia infanzia...galline…galli…maiali…capre…e il loro sangue che schizza”- dice di un sogno in cui è inseguita da un assassino.
Un simbolo che si fa carne nel suo utero sanguinante e piangente, che si fa materia nella inevitabilità ciclica dei mestrui, in lei così abbondanti e incontenibili.
” Mi sveglio pensando alla menopausa” - annota dopo il seguente sogno: “Ho dolori mestruali, vado in bagno e comincio a perdere grumi di sangue di un colore rossastro grigio…mi siedo sul bidé e grossi pezzi cadono nella tazza…”.
E ancora: ”all’improvviso sento gocciolare lungo le gambe…ho le mestruazioni…e sono così abbondanti…mentre io non ho assorbenti…che mi viene un imbarazzo e una vergogna tali che non so più come fare…”.
Ritroviamo nei sogni, così come nella realtà del suo utero, quell’irrompere di sangue della dinamica emicranica della vasocostrizione-vasodilatazione.
Il sangue è il veicolo fisico e il simbolo delle nostre emozioni, cosa che si può toccare con mano nel pallore e nel rossore, provocati da forti moti emotivi. E’ il simbolo della vita stessa e della sua inscindibile relazione con le emozioni che la animano.
Alla fase della vasocostrizione della dinamica emicranica corrisponde, a livello psichico, un irrigidimento della coscienza, a fronte di emozioni che premono per emergere. Queste emozioni, a lungo trattenute e costrette, come un fiume in piena che scorra in argini troppo stretti, irrompono poi violentemente, se pure inconsciamente, nella fase della vasodilatazione o nell’abbondanza del mestruo.
La fase emicranica, investe nella paziente anche lo stomaco e l’intestino. Il vomito e la diarrea, con la loro violenza espressiva, segnalano l’incontenibile urgenza psichica che vi è sottesa, ma anche la qualità delle emozioni rimosse. La rabbia verrà sentita da J. come l’emozione più difficile, inquietante e minacciosa.
Nel tentativo di tenere lontano le emozioni dolorose, J. tiene lontani tutti i suoi ricordi che, in una fase iniziale, sembrano insignificanti e privi di vita. Sul tema della rimozione c’è un sogno particolarmente significativo che viene fatto ad un anno circa dall’inizio della terapia: “Santa Lucia, vestita con gli abiti lunghi, tiene  stretta una persona e le strappa gli occhi. Questa subisce senza reagire. Poi vedo un’immagine sacra di Santa Lucia che tiene, con la mano sinistra, un vassoio in cui ci sono due occhi. Però, a differenza della solita iconografia, la santa ha tutto il braccio sinistro sporco di sangue: lunghi rivoli che arrivano fino al gomito, e il suo volto è quello di Gesù”.
Tale sogno, con i suoi simboli archetipici rappresentati dalle figure della Santa e di Gesù, sembra indicare contemporaneamente la diagnosi e la cura.
Se nel passato, qualcosa aveva impedito di guardare la propria realtà emotiva, ora qualcosa spinge invece in direzione opposta, a cogliere quanta sofferenza è costata questa simbolica ferita agli occhi. Per sfuggire ad un male temuto che la coscienza non voleva sentire J. si è inflitta la croce e il calvario del male fisico, un male fisico sentito come meno pericoloso rispetto al dolore psichico sfuggito. Eppure questo disturbo la costringeva per più e più giorni ogni mese, e in certi periodi anche ogni settimana, ad una vita da invalida, e consegnava a sé, al marito e alla figlia la continua immagine della vittima sacrificale e sofferente. Ma se il volto di Gesù sta li a ricordare una croce, apre anche la prospettiva della redenzione e della guarigione.
E così trovata una sponda sicura nel rapporto terapeutico, cominciano ad emergere immagini ed emozioni che si fanno parola e racconto, e il passato riprende vita. Accanto alla terapia la scrittura diventa il modo di ritrovare e rievocare, di incontrare e riscoprire. Mano a mano che emergono alla coscienza antichi vissuti dolorosi e traumatici, mano a mano che vengono complessivamente ridiscusse le parti femminili e maschili della propria personalità imprintate dalle proprie relazioni primarie, mano a mano che J. impara ad ascoltarsi, e  anche nelle proprie relazioni un’attitudine espressiva si affianca ai comportamenti di occultamento, diminuiscono gli attacchi emicranici. Ma anche quando vengono, la paziente è sempre più in grado di decodificarli, di cogliere quali emozioni rimosse li hanno provocati.
Episodi apparentemente insignificanti della vita presente in cui J. si senta non ascoltata, trascurata, abbandonata, evocano un dolore e una rabbia antichi. Richieste invadenti,, forzature della propria volontà a cui J. non riesca a reagire, provocano una rabbia che soltanto col tempo sarà disposta a sentire. Ma questa rabbia è la porta d’accesso alla sua vita emotiva senza la quale si sente spenta, senza energie, depressa.
Quando trova il coraggio di sentirla, di comprenderla, di esprimerla, questa energia si libera anche nel gesto creativo od auto affermativo. Pagina dopo pagina la sua scrittura diviene storia e soltanto quando questa storia è compiuta, dopo cinque anni, mi è permesso di leggerla. Le pagine che mi vengono consegnate, un vero e proprio romanzo compiuto che verrà pubblicato da un’importante casa editrice, sono la testimonianza di un ritrovato con la propria infanzia.
 J. ritrova, in questo atto di memoria, di comprensione e di amore di sé, le proprie radici e su queste può ora lasciare crescere il suo albero.
Riscopro anch’io, ancora una volta che il viaggio nel passato arricchisce il presente di nuove possibilità e che siamo ciò che siamo anche per tutte le ferite che abbiamo ricevuto  e per tutte quelle che abbiamo dato. Non c’è niente da rimpiangere o da rinnegare ma soltanto da fare un atto di comprensione e di appropriazione perché le perdite che ciascuno ha subito fanno integralmente parte della propria originalità e unicità.
E quel continuo ritornare al passato, quello recente o quello lontano dell’infanzia, per rimpiangere o per respingere, non è la pratica maniacale della patologia ma il movimento naturale della psiche che cerca instancabilmente se stessa, fino a quando non le viene riconosciuto che vivere è fare esperienze. Che quelle sentite come negative sono altrettanto preziose di quelle sentite come positive, perché tutte vanno a costruire la nostra identità.
E così possiamo accorgerci che la nostra forma è ben disegnata, che non è un insensato groviglio di eventi ma un artistico insieme che non ci risparmia niente, neanche il dolore, la solitudine, la confusione, il fallimento.
In conclusione a queste riflessioni voglio citare un sogno di J. che parla di una morte e della rinascita: “Una donna è seduta in mezzo ad una stanza. E’ davanti a me. Ha i capelli neri e lunghi e ha la testa capovolta all’indietro. Sangue rappreso a rivoli sul viso e sul collo: è morta. Poi i capelli formano un’onda. E’ viva! Ed io rimango fortemente impressionata.”
E’ mirabile questa immagine dei capelli che formano un’onda, perché rende più di tante parole il senso di una vita in cui torna il movimento, in cui quel sangue rappreso tornerà a circolare.
“Ogni vita merita un romanzo” scriveva E. Polster.1 Guarire dal male di vivere è forse anche riconoscere questo, che la nostra vita è un avventuroso intreccio e non una disordinata sequela di più o meno fortunati eventi. Il nostro intreccio ha un significato e un senso e il nostro cammino ha una meta. Possiamo così sentirci ricchi di tutte le nostre esperienze piuttosto che infelici e miseri. E il cuore trova il coraggio di contenere la sconcertante complessità del vivere senza la garanzia di non soffrire ma con la fiducia che, come sempre, i giorni tristi si affiancheranno ad altri buoni o, forse, felici in un misterioso accadere che continuamente ci sfida a trovare il senso.


1E.Polster, Ogni vita merita un romanzo, trad.it. Astrolabio, 1998


Dott.ssa Maria Gurioli
Psicologa e Psicoterapeuta

Ambiti di intervento
  • Problemi relativi alla sfera dell’ansia: fobia, attacco di panico, nevrosi ossessiva
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Dr.ssa Maria Gurioli

Psicologa e Psicoterapeuta a Bologna
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