La relazione terapeutica in un caso di elaborazione del lutto

Una giovane donna alle soglie dei trent’anni, solo ora sta elaborando il lutto per la morte della madre avvenuta quando aveva quattordici anni.

E’ una persona intelligente, laureata, con un buon lavoro, ha molti interessi e relazioni di amicizia. Non dimostra i suoi anni, ha un’aria adolescenziale.

Nel tempo ha avuto alcune relazioni di coppia ma al momento non ha un compagno con cui dividere la vita, come desidererebbe.

Nonostante abbia una vita piena di interessi e di relazioni, si intuisce in lei una malinconia di fondo che di tanto in tanto si allarga in una specie di buco nero in cui sprofonda, in preda all’angoscia, e dove tutto perde di senso. In  questi periodi diventa introversa e ombrosa e non ha voglia di fare e di vedere alcuno.

Sente un vuoto incolmabile perché non ha un compagno con cui dividere la vita e per di più pensa che non lo troverà mai. Un vuoto incolmabile, un’assenza di cui non si dà pace. Non ci sarà mai più qualcuno che la possa amare, non ci saranno mai più degli occhi che la guardano e attraverso quello sguardo riempiano di senso la sua vita.

Questo senso di impossibilità (ora e per sempre !!!) non avrebbe, in realtà, ragione di essere. Perché disperarsi se, per un periodo anche lungo, si fa una vita da single, avendo una vita ricca come la sua?

Infatti non è questo il punto. Insieme alla terapeuta, la paziente comprende che l’assenza di cui soffre, il vuoto che sente, solo apparentemente è per la mancanza di un compagno, più in profondità il vuoto  è quello lasciato dalla perdita di sua madre. Quegli occhi che non possono più accompagnare la sua vita, che non hanno potuto guardarla crescere, sono gli occhi di sua madre. Quello sguardo non potrà mai più esserci, potrà solo essere ritrovato nel cuore.

Il dolore per la sua perdita è ancora vivo, non è stato ancora abbastanza contemplato, raccontato, condiviso, finora è stato solo patito. Questo dolore che porta dentro da sempre e che solo raramente si scioglie in un pianto, è abilmente nascosto da una personalità socievole che sa anche essere spiritosa e divertente. Il dolore ha però prodotto in lei come un’ ombra che, al di là della affabilità e socievolezza, lascia intravedere dei tratti che possono essere percepiti come strani, scostanti, troppo complessi.

Dice che gli uomini non la corteggiano. Infatti questo dolore che protegge e nasconde, quasi fosse un filo nero che la tiene legata alla madre, le impedisce di rapportarsi agli uomini in modo più lieve e fiducioso.

L’assenza della madre in quella delicata fase della vita che è la prima adolescenza, interrompendo ogni possibilità di identificazione, ha impedito alla sua femminilità di crescere. La paziente è molto femminile per come si presenta e per tutte quelle qualità e caratteristiche che definiamo femminili, la sensibilità, la delicatezza, l’empatia, il piacere delle relazioni. Soltanto che nei confronti di un uomo  che potrebbe piacerle  diventa insicura e difesa e si sente inadeguata, proprio come se fosse un’ inesperta adolescente.

L’amenorrea  di cui soffre dalla morte della madre sembra rivelare, anche a livello somatico, che la paziente ha fermato la crescita della femminilità alle soglie dell’adolescenza.

In un uomo cerca una madre e questo la porta a delusioni e cocenti sofferenze.

Lascio volutamente in ombra la storia di questa paziente, i fatti salienti accaduti  nel suo percorso, il rapporto pur importante col padre, coi nonni e con numerose zie e cugine. Tralascio quasi tutto della sua storia e della sua anamnesi, della quantità e qualità delle sue difese e delle sue ferite, così come il bilancio delle parti maschili e femminili che sono parti costitutive di ogni personalità. Voglio solo sottolineare che le sue parti sane sono nettamente superiori rispetto a quelle problematiche e deficitarie e questo mi fa ben sperare per la sua evoluzione e guarigione.

Ora, fintanto che non avrà compiutamente trovato la madre come presenza nel suo cuore, saranno gli occhi della terapeuta che la guarderanno crescere, e sarà la relazione terapeutica l’utero simbolico in cui portare a compimento una crescita che era stata interrotta.

La relazione terapeutica può avere una tonalità affettiva molto intensa e una valenza simbolica potente. In questo spazio riparato e protetto ci si può rifugiare e riposare, ci si può abbandonare e confrontare osando mettere in gioco e lasciar  esistere parti di sé allontanate e rifiutate, in quanto giudicate inadeguate, minacciose, colpevoli, strane. Ci sono parti di noi che non ci piacciono, che guardiamo con occhio cattivo, che nel dialogo interiore giudichiamo, perseguitiamo e tartassiamo: “non sei capace…non vali niente… non sei all’altezza… non hai volontà…non ce la puoi fare…!”, per citare solo le espressioni più innocue. Frasi che vengono da lontano, che qualcuno in qualche occasione ci ha detto o  ha pensato e che abbiamo interiorizzato e fatto nostre.

Se queste parti vengono negate e nascoste ai nostri stessi occhi, alimentano una parte segreta che invalida anche le nostre qualità più positive e ci fa sentire falsi, sbagliati e indegni d’amore in quanto, erroneamente, riteniamo reali e veri solo quegli aspetti nascosti. Se invece li portiamo alla luce e li riconosciamo come legittime parti di noi, sospendendo ogni giudizio, questo semplice atto può liberare una nuova energia che ci fa sentire sinceri e rinnovati.

Nello spazio previlegiato della terapia, nello scambio  vivo e creativo del “fare anima”, le inquietudini, le paure, le insicurezze, la colpa, la vergogna, il dolore, così come la speranza e i nuovi entusiasmi e progetti,  possono trovare ascolto e l’anima può incontrare quello sguardo non indifferente e distaccato ma partecipe e appassionato che può guarire le ferite e fare sentire degni d’ interesse e d’amore e la vita piena di senso. Questo avviene in un dialogo circolare in cui “anima ed eros” si riflettono e si rispecchiano, si rincorrono e si confrontano, si prendono e si lasciano, come in una segreta danza piena di profondità e di significato.


1 “fare anima” è la felice espressione coniata da James Hillman per alludere a quel dialogo ricco di “anima” e di “eros” che avviene nelle nostre più significative ed intime relazioni. Un dialogo circolare in cui l’anima di ciascuno incontra eros  ed eros trova, in anima, il suo oggetto.
Hillman intende per “anima” la parte femminile della psiche, quella parte più autentica e profonda, che ha bisogno di “eros” per sentirsi viva.
Eros è la forza vitale che ci spinge ad amare, la forza vitale che ci spinge all’unità, ma anche la passione che anima la ricerca di conoscenza e che anima ogni impresa in cui mettiamo il nostro desiderio.


Dott.ssa Maria Gurioli
Psicologa e Psicoterapeuta

Ambiti di intervento
  • Problemi relativi alla sfera dell’ansia: fobia, attacco di panico, nevrosi ossessiva
  • Depressione
  • Disturbi dell’alimentazione
  • Problemi di relazione
  • Problemi dell’amore e della sessualità (dipendenza... gelosia... autostima... comunicazione...)
  • Problemi dell’identità sessuale
  • Problemi della coppia
  • Difficoltà legate alle varie fasi della vita
  • Problemi psicosomatici
  • Psicoterapia di orientamento psicodinamico
Dr.ssa Maria Gurioli

Psicologa e Psicoterapeuta a Bologna
Iscrizione Albo n. 409 del 14/11/1989
P.I. 01804291209

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