Ereutofobia - caso clinico

Gioia è una giovane donna  di trent’anni. Viene in terapia perché la sua vita è divenuta un inferno da quando le capita di arrossire violentemente.

Dice di essere sempre stata timida, di avere sempre avuto difficoltà a parlare di se stessa, ad esprimere il proprio pensiero, ma da qualche tempo quella che era una difficoltà che sapeva in un qualche modo gestire è divenuta un vero incubo. Le capita di perdere completamente il controllo delle proprie emozioni che emergono violentemente anche in circostanze che Gioia ritiene inspiegabili. La domanda apparentemente più innocua, una minima attenzione, possono scatenare una tale reazione fobica da lasciarla sfinita, piena di vergogna e disperata.

La sua professione le impone assidue relazioni con ambienti prevalentemente femminili in cui si pratica una conversazione improntata alla curiosità e al pettegolezzo. Lei vive in una costante allerta per il timore di farsi notare, di suscitare domande e sguardi. Vive una così intensa tortura che arriva a licenziarsi e a cercarsi un lavoro in cui si senta meno esposta.

La  famiglia d’origine è  stata molto problematica. Genitori meridionali, quattro figli, Gioia è la più piccola. Un padre padrone, violento con la moglie e con i figli. Una madre abbandonante che non si cura più di tanto di quello che vivono e provano i figli.

All’età di diciotto anni Gioia se ne va di casa, per sfuggire al controllo dei genitori che non concedono neanche le minime libertà.  Le sue prime  esperienze da persona libera la portano ad avere comportamenti sbagliati e pericolosi. Frequentando le discoteche si trova a sperimentare  droghe e i superalcolici. Rimane in cinta giovanissima di un uomo con cui convive per poco tempo, poi si lasciano e lui sparisce dalla propria vita e da quella del figlio.
Nella gestione del bambino viene aiutata dalla sorella maggiore e il marito di lei gli fa un po’ da padre. Gioia comunque fa una vita indipendente, lavora e vive per conto proprio insieme al bambino. Ci sono ancora comportamenti a rischio, ma la presenza del figlio, che ama, la rende più responsabile. Nel frattempo ha varie relazioni, fino a che intorno ai vent’otto anni si sposa. Si trova molto bene con questo uomo che aveva conosciuto alle medie e che ha ritrovato. Fra le altre cose positive c’è anche che lui è divenuto come un vero padre per il figlio ormai dodicenne. Gioia, ora fa una vita più equilibrata, lavora e si occupa della sua famiglia.

Sembra quasi che l’aver trovato un po’ di equilibrio nella sua vita le possa finalmente permettere di occuparsi dei suoi problemi più profondi, l’ereutofobia, in un qualche modo, la spinge in questa direzione.

Dal suo racconto non emergono particolari preoccupazioni per la sua vita attuale se non fosse per il problema dell’arrossire. Il sogno che mi porta  alla prima seduta è emblematico: Gioia sta rovistando furiosamente in un cassetto alla ricerca di qualcosa che, contemporaneamente, sa voler nascondere.
La paziente, in questo simbolico cassetto, vuole disperatamente trovare ciò che le possa permettere di capire quello che le sta succedendo, ma ha anche paura di quello che potrebbe scoprire.

Affronta il percorso terapeutico con grande slancio ed impegno imparando anche ad interessarsi ai sogni e via via a decodificarli. In questo modo, Gioia non si accontenta di una superficiale comprensione dei fatti della sua vita, delle sue traversie e delle sue difficili relazioni, ma attraverso i sogni e i propri sconvolgenti sintomi, riesce a cogliere la trama profonda della propria vita emotiva.

Si rende conto  che il suo arrossire non  succede a caso come tante volte le sembrava. Riesce a cogliere di avere molta paura ad esporre allo sguardo degli altri i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie emozioni. Teme di essere giudicata come inadeguata poiché si sente insicura di tutto agli occhi di tutti.
Arrossisce anche con i famigliari a causa dei vissuti ambivalenti che prova. Con la madre, la cui insensibilità scatena in lei una rabbia impotente, con il padre, che dopo la separazione dalla madre non si è fatto vivo per anni, verso il quale nutre rabbia e disprezzo. Ma questi sono pur sempre i  propri genitori verso i quali prova anche un senso di appartenenza e di attaccamento.

Durante il percorso terapeutico, durato tre anni, emergono anche disturbi fisici tanto che riceve una diagnosi di endometriosi.
Una lettura psicosomatica di questa malattia che colpisce l’utero, porta alla luce quanto sia profondo e rimosso il vissuto che Gioia ha in relazione alla madre. Quanto abbia inciso nella sua psiche il rapporto tormentato con lei. Quanto abbia sofferto per la sua assenza emotiva, per non avere sentito la sua vicinanza, la sua comprensione, il suo riconoscimento, ma soltanto proibizioni e imposizioni.

La caratteristica di questa malattia è che le cellule del tessuto uterino migrano dalla loro sede naturale andando a colonizzare in modo più o meno grave altri organi, provocando dolori e disturbi anche invalidanti.
Se interpretiamo in senso simbolico quello che fa la malattia, possiamo notare che ritroviamo a livello somatico ciò che in modo speculare e sincronicistico avviene a livello psichico. Le emozioni più profonde riguardanti il vissuto materno, rimosse ed allontanate dalla coscienza, si fanno sentire, a livello somatico, attraverso dolorose sintomatologie.
Sono emozioni potenti ed invadenti che, per quanto allontanate e rimosse, dilagano oltre i confini in cui sono costrette.
Non si può non cogliere l’analogia fra ciò che fanno le cellule uterine a livello somatico (sconfinano oltre l’utero) e ciò che  le emozioni fanno a livello squisitamente psichico: si cerca di sopprimerle attraverso un rigoroso controllo, ma queste esplodono e dilagano inarrestabili e sconvolgenti sul volto.

Nei periodi in cui la pressione dei contenuti emotivi rimossi si fa più intensa si aggiungono altri sintomi: disturbanti minzioni notturne ogni ora o anche mezz’ora e scariche diarroiche al risveglio. Anche questi sintomi parlano di un bisogno di lasciar andare qualcosa che, evidentemente, si cerca disperatamente di trattenere. Il sintomo dell’ereutofobia è accompagnato da un corteo di altre manifestazioni morbose che  ad una lettura simbolica comunicano significati simili.

Come si può cogliere da questa breve descrizione “il tema dell’arrossire” non è così banale come si potrebbe pensare. E’ come la spia che si accende sul cruscotto di un auto, segnala che ci sono delle criticità più o meno gravi da indagare perché potrebbero compromettere il buon funzionamento dell’intero sistema.

Nel caso di Gioia, le criticità riguardano principalmente la sfera della femminilità. Una femminilità vissuta come trasgressione e colpa là dove si esprime nella sessualità, o anche solo nel pensiero di un piacere evocato da uno sguardo maschile.
Le criticità, come abbiamo visto esplorando il tema dell’endometriosi, , riguardano anche il rapporto madre-figlia: Gioia si è sentita trascurata e tiranneggiata e prova sentimenti di rancore e di distacco verso la madre da cui non si è sentita  aiutata nel suo percorso del divenire donna, e dalla quale, prima ancora, non ha ricevuto particolari attenzioni come bambina.  
Come madre, Gioia fa del suo meglio, cerca di evitare al figlio le sofferenze che lei ha dovuto patire e sembra essere una mamma attenta e sensibile ma anche capace di dare dei limiti, delle regole e dei valori. Perciò, quell’aspetto della femminilità che riguarda la propria maternità sembra essere libera da aspetti disturbanti, a dimostrazione del fatto che i figli pur subendo condizionamenti da parte dei genitori possono aspirare a comportamenti più evoluti e consapevoli.

Il rapporto col marito sembra essere abbastanza buono, improntato sulla fiducia, sulla condivisione e complicità. Il marito è un uomo molto lontano dal modello paterno di padre padrone. Dunque anche in questa direzione Gioia  si è evoluta dalla condizione di figlia  che doveva ubbidire ciecamente al volere genitoriale  e si è ben guardata
dall’ innamorarsi di un uomo con le stesse caratteristiche paterne come spesso succede.

Gli aspetti  femminili,  quali la capacità di accogliere e di ricevere, la capacità di nutrire e di prendersi cura, la sensibilità, sono qualità presenti  nella personalità di Gioia. Così come tratti maschili, quali una inclinazione all’attività,  all’autonomia, all’autoaffermazione.

Ma, poiché il suo mondo emotivo, la sfera della sua intimità, vengono sentiti come zone di cui vergognarsi, da nascondere e da proteggere, questo inevitabilmente ferisce e inibisce altri importanti aspetti femminili, come il piacere delle relazioni e dello scambio. E inibisce anche importanti aspetti maschili, come il bisogno di esprimersi in comportamenti più visibili, liberi ed assertivi.

Nonostante la complessità della situazione psicologica, nonostante il vistoso squilibrio dei tratti maschili e femminili, costitutivi di ogni personalità, nonostante alcune forti difese quali repressione e rimozione, emergono chiaramente ampie zone non disturbate dai conflitti e forze sane da mobilitare  per la risoluzione dei suoi problemi.
Su queste basi il nostro lavoro psicologico, fondato su di un progressivo percorso di disvelamento, può procedere speditamente. Nel nostro rapporto è stato possibile costruire una sensazione di fiducia che rende possibile a  Gioia  di aprirsi  progressivamente  e di poter cogliere anche i movimenti più sottili della sua psiche.

Un’analisi sensibile dei propri vissuti la porta ad una nuova consapevolezza che le dà la forza di cambiare tanti suoi comportamenti di rinuncia, di evitamento, di chiusura, di impotenza. L’ereutofobia progressivamente si depotenzia fino a scomparire, così come scompaiono le frequenti minzioni notturne e gli episodi di diarrea.
A supporto della terapia farmacologica che le viene prescritta per l’endometriosi, suggerisco a Gioia di visualizzare, in stato di rilassamento, l’immagine di un’aiuola di fiori rossi circondata da un piccolo contorno di sassi che la delimita in modo preciso. I fiori devono restare dentro al loro perimetro, così come le emozioni, che vanno padroneggiate, non represse; vanno conosciute e  lasciate esistere, non negate, altrimenti dilagano, senza controllo oltre i loro confini.

Le nostre emozioni rendono viva la nostra vita, non dobbiamo temerle ma accoglierle con fiducia. Così facendo non permettiamo loro di espandersi, di gonfiarsi a dismisura, di strattonarci di qua e di là. Le emozioni sono una parte di noi, ma non devono prendere il controllo, siamo noi con la nostra consapevolezza al timone della nostra nave, loro sono solo le fedeli compagne che rendono bella e interessante la nostra vita, anche quando può essere difficile e dolorosa..


Articolo a cura della
dott.ssa Maria Gurioli
Psicologa e Psicoterapeuta a Bologna

Ambiti di intervento
  • Problemi relativi alla sfera dell’ansia: fobia, attacco di panico, nevrosi ossessiva
  • Depressione
  • Disturbi dell’alimentazione
  • Problemi di relazione
  • Problemi dell’amore e della sessualità (dipendenza... gelosia... autostima... comunicazione...)
  • Problemi dell’identità sessuale
  • Problemi della coppia
  • Difficoltà legate alle varie fasi della vita
  • Problemi psicosomatici
  • Psicoterapia di orientamento psicodinamico
Dr.ssa Maria Gurioli

Psicologa e Psicoterapeuta a Bologna
Iscrizione Albo n. 409 del 14/11/1989
P.I. 01804291209

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