Il bovaro e la cagnolina: un sogno della terapeuta in un caso di bulimia

Il bovaro e la  cagnolina

Immaginate una giovane donna dalle forme appena rotonde, un incarnato chiaro, un’enorme massa di capelli rosso-aranciato che le dà un aspetto quasi formidabile, un’aria spaventata che si apre a tratti in un sorriso.

Detesta il suo corpo che vede troppo grasso e che tortura provocandosi il vomito ogni volta che mangia. Abusa di cibo, di alcol e di farmaci. Soffre di dolori e bruciori causati da un’ulcera gastrica insorta intorno ai sedici anni.

Le mani piccole, aggraziate, un po’ rovinate dall’onicofagia, sono troppo bianche rispetto al colore pur chiaro della sua pelle. Anche i piedi sono troppo bianchi, soffre del” morbo di Raynaud”.

Ha venti tre anni, lavora dall’età di sedici anni nel settore informatico. Ha un buono stipendio in relazione alla giovane età, ma la sua professione non le piace, non la sente adatta alle sue inclinazioni. Spesso lavora anche il sabato e la domenica per riempire il vuoto della sua vita. Vive per conto proprio dividendo l’appartamento con un’altra ragazza.

La sua vita sociale è un deserto, ha un’unica amica. Ha relazioni quasi inesistenti coi genitori che sente solo qualche volta al telefono anche se abitano nella stessa città. Inesistenti col fratello, minore di un anno. Descrive come buoni genitori i propri genitori palesemente inesistenti e buon rapporto quello che altro non è che assenza di comunicazione e di contatto.

Si sente una cattiva figlia, colpevole ed ingrata. Le uniche note critiche riguardano il fatto che il fratello  gode di privilegi ed è sempre stato il preferito della madre.

È inconsolabile per la morte della nonna (avvenuta da due anni) che è l’unica persona da cui si sia sentita amata.

I rapporti con gli uomini sono disastrosi. Usa il sesso per ottenere amore, ma poi si sente respinta e disprezzata. Reagisce con comportamenti invadenti, con richieste infantili, con regali sproporzionati e costosi che peggiorano le cose e che per giunta la portano a riempirsi di debiti.

Per addormentarsi si succhia il dito.

Ha collezionato un gran numero di ricoveri in ospedale, per incidenti vari, nello sport, in automobile, o per altre emergenze ed urgenze.

È una nuotatrice, ha il brevetto da sub, ma da tempo si nega anche questo piacere perché si rifiuta di mettersi in costume.

Ha una grande passione per i cani.

Da queste pur frettolose note biografiche si può cogliere la gravità del quadro psicosomatico della paziente. I vissuti abbandonici, la colpa, il disprezzo di sé, la difficoltà e la povertà delle relazioni che caratterizzano quei quadri in cui la sofferenza si pone sul terreno primario del nutrimento e quindi del rapporto con la madre. Tutto questo a fronte  di una grande carenza e debolezza anche della funzione paterna.

Il suo mondo interiore è un panorama deserto che fa sentire un enorme vuoto da riempire compulsivamente con il cibo, per poi respingere e rifiutare subito dopo ciò che era stato voracemente desiderato. Anche verso le relazioni, ovviamente, esprime la stessa frenetica voracità e lo stesso distruttivo rifiuto che però viene avvertito come rifiuto da parte dell’altro. A questo si aggiunga un’incapacità a riconoscere la rabbia e ad esprimerla se non a livello somatico attraverso l’aggressività dei succhi gastrici che infiammano e bruciano le mucose  dello stomaco.

Infine la presenza del morbo di Raynaud, malattia autoimmune, rivela quanto profondo, devastante e perverso sia quel meccanismo che porta a negare la propria identità fino al punto che il sistema immunitario (contraltare somatico dell’identità psichica) attacca le proprie cellule, non riconoscendole come proprie.

Le cariche autodistruttive evidenziate si esprimono intensamente anche a livello di comportamento. Del resto, fin da bambina, la paziente ha dovuto imparare questo linguaggio per attirare l’attenzione su di sé. Già nelle prime fasi della terapia mi mostra quello di cui è capace. Non bastassero la bulimia, il vomito, l’alcol, l’ulcera, arriva a ferirsi la testa con un pesante posacenere, a picchiare la testa contro il muro e infine a tentare il suicidio con un miscuglio di farmaci.

Dopo questo evento, con il consenso della paziente mi metto in contatto con la madre. Il tentato suicidio è un messaggio per lei, sorda ad ogni meno radicale segnale. Successivamente anche il padre, per propria iniziativa si metterà in contatto con me e si rivelerà il più disponibile a collaborare. La madre invece cercherà di dissuadere la paziente dal proseguire la terapia sostenendo che ormai tutto è passato.

Dopo essere venuti a conoscenza del tentato suicidio, la sera stessa i genitori si precipitano a casa della paziente. Parlano, piangono, discutono, per la prima volta si fanno sentire. La figlia, per la prima volta da mesi fa un sonno profondo e riposante.

Nella stessa notte anche alla terapeuta succede qualcosa di molto positivo, fa il seguente sogno.

“Sono invitata a pranzo dai genitori della mia paziente. Mi presento insieme a mia madre. È estate, si mangia all’aperto, c’è tanta gente, c’è un clima festoso.   Più in là, in una seconda scena, vedo in un prato figure maschili che fanno piccoli incendi e altre azioni distruttive che non colgo bene. La mia cagnolina bulldog (che nella realtà possiedo e che è importante nel mio rapporto con la paziente) si spaventa e scappa terrorizzata ferendosi nel filo spinato. Segue un’ultima scena in cui, dopo il pranzo, passeggio lungo una stradina fra i campi e mi dirigo verso una vecchia stalla. Entro e vedo dei bovini che sembrano morti, in realtà mi accorgo che stanno solo dormendo. C’è anche la mia cagnolina che, infilandosi fra le zampe degli animali, si avvicina ad un bovaro che sta mungendo una mucca. È un omino sorridente, con abiti primitivi. Ha un aspetto antico. Sospende di mungere e offre la mammella della mucca alla cagnolina che succhia avidamente e poi si stacca con un’espressione di sazietà e di beatitudine.

È un sogno che mi emoziona, che mi dà energia ed orientamento. Sento che l’immagine del bovaro mi arriva da strati profondi della psiche, e che in questa fase della terapia può ben interpretare il ruolo terapeutico. Un umile, oscuro ma essenziale prendersi cura della mandria, provvedere al nutrimento e alla mungitura, vegliare sull’accoppiamento e sul parto.

Mi interrogo sul significato della stalla, sul regime di semi-libertà di questi animali.  Animali addomesticati, al servizio dell’uomo, come devono essere addomesticati i nostri istinti, forti ma mansueti. Il bovaro, per come è presentata nel mio sogno, è una figura arcaica, mitica. Svolge il suo lavoro con amore e profonda sapienza, questo è il suo compito e il suo senso, egli non ha altro amore che questo perché per questo è stato creato.

Questo sogno mi rende emotivamente possibile l’azione terapeutica di “maternage ”che ritenevo opportuna e ineludibile.

L’immagine del bovaro è una funzione di raccordo (nella psicologia Junghiana definita “funzione animica “ )1 tra la cagnolina ( la mia paziente, la sua parte infantile ) e la mammella. Una funzione che rende possibile l’incontro del desiderio con il suo oggetto e la soddisfazione del bisogno. Una funzione che stimola la lattazione, la lattazione simbolica della terapeuta. Evidentemente nella terapeuta qualcosa ostacolava la piena assunzione di questa funzione.

Il nutrire è qualcosa di così naturale e profondo, istintuale ed arcaico, che richiede tutta la disponibilità  emozionale. In ogni caso questa immagine carica di energia, sentita come magica, mi venne in aiuto rassicurandomi sulla mia capacità di nutrire e sulla vitalità delle mie parti animali che non erano morte ma solo addormentate. L’intensità della domanda della paziente le aveva risvegliate.

Seguono alcuni mesi di intenso lavoro in cui la paziente mi porta anche le proprie parti ostili che si esprimono in sedute contraddistinte da mutismo e sfiducia nella terapia. Nel frattempo diviene via via cosciente delle carenze dei propri genitori che in una fase iniziale descriveva come perfetti vedendo se stessa come l’unica colpevole della situazione. Comincia a ricordare ed ad attribuire significato a certi episodi dolorosi della sua infanzia in cui si era sentita disprezzata dal padre ed ignorata dalla madre. Coglie a quali dosi di abbandono sia stata esposta ed il fatto di avere sentito di non esistere per loro. L’unica modalità di sentirsi qualcuno, di ottenere  attenzione era quella di ammalarsi e di farsi male. Anche ora continua con la stessa strategia.

Segue un secondo tentativo di suicidio. Non ho altre armi se non il perseverare nel paziente lavoro del bovaro.

Ma anche questa volta arriva un aiuto inaspettato. Ospite per la convalescenza nella casa di campagna dell’amica, la paziente si trova  coinvolta, del tutto imprevedibilmente, nella nascita della bambina di una seconda amica ospite della casa. Una giovane donna quasi al termine della gravidanza che quindici giorni anzitempo si trova a dover partorire. Tutto avviene così rapidamente che la bambina nasce, prima ancora che possano arrivare i soccorsi, col solo aiuto delle due amiche.

La paziente mi telefona raccontandomi l’accaduto che definisce come un miracolo e mi dice che niente sarà come prima.

Sono profondamente colpita dalla sincronicità di morte e vita. Mentre la paziente ha la morte nel cuore si trova coinvolta in una nascita.

La sofferenza così intensa della sua anima le ha aperto una finestra da cui può vedere l’infinito.

La rivedo come rinata, non ha più l’aria folle e forsennata, ha trovato un po’ di fiducia in se stessa e nell’accadere.

Poi  il rientro al lavoro, il venir meno di quell’atmosfera di meraviglia e di calore  intorno a lei la fa regredire nella sua solita routine. Progressivamente i vissuti, i comportamenti, le follie tornano quelli di prima, forse anche peggio. Ritornano la disperazione, gli intrighi, i comportamenti teatrali culminati con l’ennesimo gesto autolesionistico. Questa volta si è rotta un braccio a causa di un violento pugno sul muro.

La situazione non può essere peggiore. A questo punto, senza consultarmi, prende una decisione che apre delle speranze nuove. Una decisione che, visto il suo stato, può sembrare folle ma che alla fin fine potrebbe essere saggia. Ha chiesto e ottenuto sei mesi di aspettativa dal lavoro per partire con un’organizzazione umanitaria che opera in un paese del terzo mondo. Da questa decisione la vedo di nuovo trasformarsi.

Anche se ha il sapore di una fuga, forse è una fuga opportuna mi dico. Tagliare i ponti con una realtà divenuta ingestibile. Improvvisamente sente di avere qualcosa da dare e che c’è un altrove dove quello che ha da dare potrebbe essere prezioso.

Anche in questo caso sento che è intervenuto qualcosa di inaspettato, di inafferrabile,  qualcosa cui non si può dare un nome, che misteriosamente guida la paziente a realizzare il proprio destino.

Il suo è un cammino pericoloso, la fragilità dell’io potrebbe portarla a perdersi definitivamente o forse, al contrario, a ritrovarsi nell’incontro  con un “altro” per cui senta di avere un valore. Fra mille insidie e pericoli vedo che sta cercando la propria strada e che solo in questa potrà accettare di aderire alla vita.

Più che in altre vite meno travagliate, si sente che un’istanza profonda la sta indirizzando. Un’istanza che appartiene agli strati più profondi dell’essere di cui per lo più ignoriamo l’esistenza.

Per sentirla occorre intuizione, sensibilità, ascolto finalizzato, disponibilità ad oscillare dal pensiero razionale a quello analogico, dal linguaggio della parola a quello del simbolo. L’hanno chiamato “Sé”, “Daimon”, Vocazione, Destino, tante parole per descrivere qualcosa che esiste ma che è inafferrabile, qualcosa di misterioso ed infinito che dà significato e senso al nostro vivere.  Possiamo incontrarla nel sogno, nell’immaginario, possiamo vederla rispecchiata nel mito, intuirla attraverso gli eventi sincronici. Anche una grave sofferenza psichica o fisica può aprire uno squarcio in questa dimensione e, attraverso questo contatto, portare sensazioni di rinnovamento e di rinascita che ci aiutano a cercare nuovi orizzonti. L’incontro con la sofferenza può spingerci a cercare e a trovare una continuità fra questa parte profonda e le nostre scelte e modi di vita, in modo da accogliere e dispiegare, nella nostra esistenza, la nostra vera vocazione. È quello che spero per la mia paziente, anche se non ci sono certezze né garanzie.

Dopo del tempo mi è arrivata una sua lettera corredata da alcune foto. Mi racconta la vita che fa, il lavoro duro, la vita di comunità, la felicità che prova e insieme la malinconia. Mi dice che sta bene, che non ha più avuto mal di stomaco e nemmeno mal di testa, che non vomita più e che alla notte dorme.


1Jung definisce “funzione animica” o animus o anima quell’istanza psichica che mette in relazione il livello conscio e inconscio, aspetti femminili e maschili, uomo e donna. Jung C.G., L’io e l’inconscio, Boringhieri, Torino, 1967, p.132


D. Frigoli, Il corpo e l’anima, itinerari del simbolo, Edizioni Sapere, Padova, 1999
D. Frigoli, La forma, l’immaginario e l’uno, Guerini, Milano,1993
J.Hillman, Il codice dell’anima, trad.it Adelphi, Milano, 1997
C.G.Jung, L’io e l’inconscio, in opere, vol. VIII, Torino 1983
C.G.Jung, La sincronicità, la dinamica dell’inconscio, in opere, vol. VIII, Torino, 1976


Dott.ssa Maria Gurioli
Psicologa e Psicoterapeuta

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  • Problemi relativi alla sfera dell’ansia: fobia, attacco di panico, nevrosi ossessiva
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Dr.ssa Maria Gurioli

Psicologa e Psicoterapeuta a Bologna
Iscrizione Albo n. 409 del 14/11/1989
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