• Home
  • Articoli
  • Una lettura del disturbo da attacchi di panico

Una lettura del disturbo da attacchi di panico

Un sognatore fa il seguente sogno: c’è un vecchio pappagallo dalla pelle rugosa e incartapecorita e con le piume, un tempo sgargianti, dai colori sbiaditi. E’ rinchiuso in una gabbia e dimenticato in un garage, a sua volta chiuso, ed è morente.
Il simbolo della gabbia e di una vita intrappolata, una vita un tempo rigogliosa ma che avvizzisce prematuramente, coglie in modo impressionistico e rappresenta in modo mirabile, più di tante dettagliate descrizioni, uno dei vissuti prevalenti di chi soffre del disturbo da attacchi di panico.
Così è classificato quel quadro clinico in cui siano ripetuti e ricorrenti gli attacchi di panico.
L’attacco di panico è un attacco acuto di ansia grave ed invasiva con insorgenza improvvisa ed inesplicabile di un gran numero di sintomi sconvolgenti: affanno, palpitazioni, dolore toracico, senso di apprensione e di soffocamento, vertigini, sudorazione, tremore, turbe gastriche, intensa apprensione, terrore e sensazione di rovina incombente, paura di perdere il controllo, di impazzire, di morire.
Di fronte ad un grave pericolo esterno, reale, un attacco di panico comprendente una gran parte dei sintomi elencati, sarebbe una reazione che tutti noi potremmo avere. Ma la peculiarità di questo disturbo sta nel fatto che non vi è alcun pericolo esterno oggettivo. Ciò non fa che rendere più intensa la sensazione di allarme di chi ne soffre perché il fatto stesso di non potersi  dare spiegazioni, e l’imprevedibilità stessa dell’attacco, fanno sentire in balia di qualcosa di oscuro e incontrollabile.
La parola “panico” deriva dal mito del dio Pan, una divinità pastorale col corpo di capro. Dio del corpo, dell’istinto, dell’eccesso. Nelle danze sacre a lui dedicate si mescolavano violenza e piacere.
Da qui la parola “panico”che designa qualcosa di eccessivo e incontrollabile, come è incontrollabile la forza della natura.
Panico, è dunque un’ansia incontrollabile che fa sperimentare una gran quantità di sintomi sconvolgenti, là dove, paradossalmente, chi soffre di questo disturbo ha un gran bisogno di tenere sotto controllo.
Tenere sotto controllo cosa? Gli altri, se stessi, le proprie emozioni scomode, i propri istinti inaccettabili, i propri bisogni disattesi?
Proviamo allora a decodificare i sintomi  cogliendone il simbolismo sotteso. Ciò può darci una prima chiave di lettura. I nostri sintomi, come le nostre malattie, vediamole come un linguaggio, in po’ criptico, un po’ oscuro, ma una volta trovata la chiave d’accesso, preciso e sensato.
Affanno, oppressione, soffocamento: chiediamoci che cosa ci opprime, ci soffoca nelle nostre relazioni e nella nostra vita.
Vertigini:quale disorientamento stiamo vivendo, in che senso, quando e perché abbiamo perso i nostri punti cardinali e la nostra sicurezza cosicché tutto intorno a noi  gira e  perde stabilità?
Timore di perdere il controllo degli sfinteri e di farsela addosso: quali scomode emozioni vogliamo urgentemente allontanare, o ancora che cosa ci fa sentire come un piccolo bambino che non ha ancora imparato a controllarsi?
Svenire, morire: quale pensiero è così insopportabile da farci temere una perdita di coscienza? E la coscienza se ne va proprio ora o se n’è già andata da tempo nei meandri della rimozione e della dimenticanza?
Ritorniamo al pappagallo del sogno. Poverino è stato dimenticato in quella gabbia, in quel garage!
Dimenticato appunto, non solo lo si è messo in gabbia, ci si è anche dimenticati di averlo fatto.
Ma andiamo più in profondità. Si è visto che, durante un attacco di panico, la composizione del sangue rivela un sensibile aumento di anidride carbonica. Ciò ha portato ad ipotizzare una ipersensibilità di certe persone alle variazioni di anidride carbonica e dell’acidità del sangue che si verificano in seguito ad alterazioni della respirazione.
Una interpretazione meccanicistica sicuramente porterebbe a dire che è la mancanza di ossigeno e la presenza  di anidride carbonica che scatena il panico, e non la problematica esistenziale.
Al contrario, in una interpretazione simbolica, si può cogliere la sincronicità dell’accadere psichico e fisico. C’è qualcosa che avvelena la nostra vita, così come avvelena il nostro sangue. Che cosa ci sta asfissiando?

Ma  consideriamo anche  altri disturbi presenti, in una larga maggioranza, in chi soffre di panico: l’agorafobia e la claustrofobia.
La fobia è uno stato di ansia sconvolgente di fronte all’oggetto fobico. Un’ansia sproporzionata all’effettiva possibile minaccia. (Phobos era un dio greco che atterriva i suoi nemici).
Ciò può accadere grazie ad un meccanismo di difesa della nostra mente, per cui l’ansia generata da un conflitto, viene spostata su un oggetto, di per sé inoffensivo,  che condensa in sé, simbolicamente, la paura inconscia.
Gli oggetti o le situazioni fobici possono essere  i più svariati:  animali, insetti, situazioni sociali, viaggiare, guidare, infezioni, il buio, il tuono, spazi aperti, spazi chiusi ecc…
L’agorafobia è la paura di grandi spazi, specialmente se affollati. L’”agora” in greco, è la piazza.
La claustrofobia è la paura degli spazi chiusi. Tale denominazione deriva dalla parola latina “claustrum”.
In chi soffre di agorafobia, più che la spazio aperto in sé, ciò che è temuto è il fatto che gli altri, come in una piazza, in un supermercato,  si fanno gli affari propri, e così ci si sente soli, smarriti, senza nessuno che pensi a noi, che si accorga di noi. Se cerchiamo di decodificare questo sintomo, possiamo cogliere che ci sono in gioco paure abbandoniche, la paura di non saper esistere senza qualcuno accanto che pensi a noi. Ma a ben vedere questo è il vissuto del bambino che, per il suo stadio evolutivo, ha bisogno della protezione dell’adulto. In quell’adulto allora c’è un bambino bisognoso di protezione, di rassicurazione, di contatto, un bambino che non è mai uscito dalla sua condizione di naturale dipendenza. Un adulto che non è del tutto cresciuto, che non è riuscito a sciogliersi dai legami infantili, portando a compimento il processo di separazione dalle figure genitoriali.
Separarsi, per divenire autonomi e indipendenti, significa interiorizzare, portare dentro di sé le figure genitoriali, la madre in primo luogo, in modo da poter vivere anche in assenza di questa, senza sentirsi abbandonati e sperduti (andare all’asilo…).
Da adolescenti significa allontanare da sé questi oggetti interiorizzati, questi esclusivi oggetti di amore, per poter essere disponibili anche ad amare qualcun’altro.
Il processo di separazione dunque è un lungo percorso che va dall’infanzia alla  fine dell’adolescenza, che consente di conservare il legame ma di liquidare la dipendenza.
La paura di viaggiare, la paura di guidare, la paura di allontanarsi dal proprio quartiere, dalle strade più battute e conosciute, fino alla paura di uscire per strada non accompagnati, dicono tutte di un grande bisogno di dipendenza, di una difficoltà ad assumersi responsabilità. Non a caso l’insorgere  degli attacchi di panico registra la massima frequenza nel post diploma, nel post laurea, o fra i quaranta e i cinquant’anni quando i bilanci chiedono conto delle proprie realizzazioni.

Ma quanto detto non faccia pensare a persone emarginate che, a causa delle loro ansie esagerate non hanno concluso niente nella vita. Chi soffre di questo disturbo può essere un giovane che sente troppo difficile il compito di crescere e di affrontare la vita, può essere un uomo che ha una professione di successo o una donna in carriera, può essere una casalinga o un pensionato.

Ma vediamo anche il sintomo opposto, la claustrofobia, che in molti casi è compresente con l’agorafobia. La  paura del luogo chiuso, la paura di essere intrappolati in un luogo in cui, per la ristrettezza, viene a mancare l’aria, ci rimanda alla sottostante problematica dell’imprigionare e soffocare energie e bisogni vitali o del vivere in relazioni opprimenti che non si riescono a trasformare o di cui non ci si riesce a liberare.
Agorafobia e claustrofobia parlano di una mancata regolazione di quella dinamica di unione e separazione che sta alla base delle nostre più significative relazioni. Sapersi separare per poter vivere la propria indipendenza (difficile per chi soffre di agorafobia), saper entrare in contatto con l’altro per poter vivere il senso dell’unità e del legame( difficile per il claustrofobico che teme di essere invaso da un contatto troppo ravvicinato).
Questo movimento di unione e separazione, che è come una danza, e potrebbe essere naturale come inspirare ed espirare ma può diventare difficile ed anche impossibile se non si sono poste delle buone basi nei primi anni della nostra vita. Se i genitori, per le loro difficoltà, non hanno saputo accompagnarci lungo le tappe della crescita, di modo che le progressive separazioni richieste dall’adattamento sociale, potessero essere sentite non come privazioni ma come conquiste. Se i  genitori, per le loro difficoltà, non hanno saputo farci sperimentare il calore di una relazione di intimità, il piacere di rincontrarsi dopo essersi allontanati. Allontanarsi e incontrarsi sono due movimenti necessari l’uno all’altro: non ci si può incontrare veramente se non c’è lo spazio della distanza a creare il desiderio, e non ci si può allontanare, se si vive la distanza come intollerabile assenza, abbandono, solitudine, mancanza di protezione e sfiducia nel reincontro.
Se fin dall’infanzia non abbiamo sperimentato questo vitale movimento di unione e separazione, da adulti siamo portati a scambiare la vicinanza fisica per vicinanza psichica, che è ciò di cui avremmo veramente bisogno, e la distanza fisica per distanza psichica, che è forse è ciò che, in realtà, ci sta facendo soffrire.
Le relazioni simbiotiche fra madre e figlio o nella coppia,, così come le relazioni troppo distaccate sono i sintomi di questa specifica difficoltà.

Tornando al pappagallo, solo, spento, imprigionato, avvizzito e dimenticato possiamo ora cogliere meglio la qualità e profondità della sofferenza sottesa al disturbo da attacchi di panico.
Grandi quote di energia vitale soffocate e compresse attraverso massicci comportamenti di evitamento di situazioni sentite come pericolose. Se l’evitamento è l’unica soluzione per sfuggire ai pericoli temuti è al tempo stesso anche il problema, ciò che impedisce di aderire alla vita, alle sue  necessità ed opportunità.
Allora qual è la cura? La risposta è un percorso terapeutico che sia in grado di trasformare un coacervo di sintomi incontrollabili in quei sottostanti problemi che possano essere finalmente visti ed affrontati.


Dott.ssa Maria Gurioli
Psicologa e Psicoterapeuta

Ambiti di intervento
  • Problemi relativi alla sfera dell’ansia: fobia, attacco di panico, nevrosi ossessiva
  • Depressione
  • Disturbi dell’alimentazione
  • Problemi di relazione
  • Problemi dell’amore e della sessualità (dipendenza... gelosia... autostima... comunicazione...)
  • Problemi dell’identità sessuale
  • Problemi della coppia
  • Difficoltà legate alle varie fasi della vita
  • Problemi psicosomatici
  • Psicoterapia di orientamento psicodinamico
Dr.ssa Maria Gurioli

Psicologa e Psicoterapeuta a Bologna
Iscrizione Albo n. 409 del 14/11/1989
P.I. 01804291209

© 2019. «powered by Psicologi Italia». È severamente vietata la riproduzione, anche parziale, delle pagine e dei contenuti di questo sito.
www.psicologi-italia.it